A fiotto come code di parole sottintendo, non pretendo comprensione ma mi rifugio nella compressione. Stretto stretto faccio altri fori nel tempo cintura. La musica aiuta butto scrivo lettere non spedite piedi illetterati piante e palme all’aria cambiano aria alle estremità del corpo. Reattore di fili di pensiero a ruota libera come un pavone evaso. Mi guardo attorno e vedo coppe, fruste, lampade ambigue e offline. Mi guardo dentro e vedo cose brutte, cose insulse cose belle e cose strane. Microcosmicamente salgo un gradino dentro di me. Chioso in luce, pizzico corde d’impiccato suonando un requiem. Rosso e blu, cialdo (specie al mattino) e freddio come il nome di un dio. Volo solo al molo del dolo dove salpano le malattie verso il male profondo. Non c’è nessuno (per fortuna). A casa tutti bene. Fuori casa il gatto guarda il mondo e pensa che è ben piccolo. Il mondo non guarda, ora come ora. Ha altro a cui pensare. Altre cose che girano attorno come pensieri satelliti e lunatici. Metto microfoni alle cimici per sentire il loro olezzo. Lezione di acustica. Pausa.

Raccolgo le idee. Girano ancora come api ma sono su altri fiori. Uno squillo (e non parlo di prostituzione). Manciate di secondi. Carrello dei dolci. Carta dei vini. Vini vidi WC (il water segue il vino come nelle migliori feste). Sorbetto/etto e mezzo. Lascio. Non c’è tempo di ingrassare: bisogna produrre, revisionare, rivisitare, rifattorizzare, trifattorizzare. Nella vecchia fattoria i prodotti non mancano. E se qualcuno li sottrae allora è tutta un’altra operazione. Per fortuna c’è la pubblicità.

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