Non sempre l’effetto sussegue alla causa: alle volte la perde di vista e allora naviga cieco susseguendosi da solo. Che poi, come fa il futuro a seguire il presente se noi ci siamo dentro ed esso è davanti a noi? Forse non siamo presenti. Nessuno ci ha regalato ad Alcuno (è il suo onomastico); oppure viceversa: Alcuno ci ha regalato a Nessuno (egoismo). Siamo quindi fatti di non presenza? L’assenza è la nostra essenza?

Allora siamo descritti per dei “non”? Possiamo trovare la nostra identità in una sequela di negazioni?

Io non sono basso

Io non sono magro

Io non sono intelligente

Io non sono Marco

Io non sono Giovanni

Io non sono qualcuno che si finge Francesco

Io non sono eccelso

Io non sono x

Io non sono y

È abnegazione questa?

Se portiamo gli “io non sono” all’estremo, l’estremo ce li ridarà mai indietro? E senza i “non sono” che cosa sarei? L’unico buco nell’universo del definito? Sarei il mostro della lacuna? Se definissi tutto tranne me stesso rimarrei indefinito? Oppure colorando tutto attorno a me assumerei un colore anche io? E se lo assumessi, quanto dovrei pagarlo?

I sindacati cromatici dicono X, io dico non più della metà (e l’altra metà la scrivo). È giusto? E posso definire il giusto elencando tutto ciò che non lo è? Annegamento è un soffocare nelle negazioni? È l’ossigeno che ci manca o siamo noi che veniamo a mancare all’ossigeno. Di sicuro veniamo a mancare… Che è un modo sinistro per fare un tiro mancino alla vita.

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