La macchina da scrivere ha forato una gomma e non può più cancellare. È un bene, perché le cancellate continuavano a sparire dai fogli.

M’è venuto il campo dello scrittore, dove ho iniziato a coltivare il gran turco poiché adoro l’immensità mediorientale (hic coltura est). Stendo disteso, ma la posizione m’ha fatto venire il torcicollo, e i pacchi stropicciati ai piedi del letto ne sono la prova.

Ora sono in via di guarigione, ma non so il numero civico. Conosco solo il numero cinico, che però si fa beffe della mia posizione come se fosse un attore porno navigato (ed infatti mi sento in alto mare).

Tra i flutti cerco la boa di struzzo, trovandone solo una di calcestruzzo. Va bene per cercare il fondo delle cose, ma ho paura della pressione. Come previsto, più scendo e più la pressione s’alza, la danza salsa e la scusa in sulsa. Una discesa apneica, majorchica, asfissiaca e Itaca. Novello Ulisse, erro come una lettera in un alfabeto non mappato. E scendo, scendo come solo le mutande sanno fare.

In questo viaggio fra gli abissi saluto gli abissini autoctoni con un sorriso sulle labbra, ma forse è solo herpes. Entro nel territorio di un calamaio gigante che m’inchiostra tutto come fossi un frate. Evidentemente si è risentito (non è la prima volta). Inchinato (sporco di china) scendo carpiato come una carpia, a capofitto ma a testa rada. La frequenza non è importante: basta dare gli esami a chi li chiede.

Oh! Dei del mare! Esaminatemi, esanimatemi (ma non uccidetemi), esitatemi ma non troppo, decidete del mio destino (io l’ho già fato).

Nessuna risposta.

Quaggiù è sempre più buio, l’oscurità si snoda, si snuda, spogliata d’ogni luce diventa lucciola e mi tenta (o almeno tenta). Ma io resisto come un parmigiano, scagliandomi lontano, ancora più giù, verso il piè di pagina di questo foglio oceanico. Vedo già una luce, o forse un alluce. Scorgo un’unghia, un artiglio piedoso, una grinfia podalica. Parto? Forse arrivo. Arrivo in sala parto come un gestante che agita le mani.

E poi si rompono le acque.

La pagina oceanica si apre come le cateratte celesti (quelle che ti fanno vedere tutto blu). Miliardi di tonnellate di parole liquide piovono a Catinelle (provincia di Secchiello). Mi ritrovo inzuppato di lettere nella piazza centrale, e attorno a me nemmeno l’ombra di un ufficio postale (è ancora piena notte).

Bagnato di frasi, praticamente frasicio, m’incamino verso casa (così nel frattempo m’asciugo).

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